Nocciole, cacao e olio...di gomito
 
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Nocciole, cacao e olio...di gomito

Nocciole, cacao e olio...di gomito

10 May 2020

La cucina regionale piemontese è una delle più caratteristiche e ricche d’Italia, con quasi 400 specialità ufficialmente riconosciute come prodotti tipici.

Dai, ci siamo tolti la frase generalona da libro stampato.

In cucina sono un disastro. E anche se sapessi cucinare bene, non saprei parlarvene. Inoltre mi piacciono le cose piccole e semplici: bandiremo quindi da queste righe qualunque cosa richieda uno sforzo maggiore di scartare una confezione. Quindi sostanzialmente parleremo di cioccolatini, dolcetti e altre storie di sovraccarico glicemico.

E pur rimanendo in questo ambito ristretto, in Piemonte c’è tantissimo da dire.

Il cioccolatino più rappresentativo del capolouogo Torino è il Gianduiotto (giandôjòt). E’ fatto con cacao, zucchero e la pregiatissima “nocciola Tonda Gentile del Piemonte”. La sua origine è singolare e dettata da una contingenza storica: in seguito al Blocco Continentale napoleonico che limitò varie importazioni fra cui quella del cacao, si pensò di “allungare” l’impasto con le nocciole. L’eroe a cui dobbiamo questa invenzione pare sia stato Michele Prochet, secondo altre fonti Isidor Caffarel, dell’omonima azienda dolciaria. Chi è il Meucci e chi il Bell della situazione? Contattatemi se avete fonti certe.

Il nome originale del dolce avrebbe dovuto essere “givu” (mozzicone): esordì in occasione del Carnevale del 1865, offerto da figuranti con la maschera tradizionale di Gianduia (da cui il nome).

Parliamo di luoghi: dove gustarne? Oltre alle numerosissime versioni “industriali”, a Leinì (a nord di Torino, “la porta del Canavese”) potete trovare alcuni laboratori che producono ancora gianduiotti realizzati artigianalmente a mano. Se invece preferite risalire indietro alle materie prime (giusto: il rigore filologico prima di tutto) chiaramente non perdete la Sagra della Nocciola a Cortemilia.

A Torino quelli devono essere proprio anni di gran fermento dolciario, perchè nel 1858 fà la sua comparsa un altro cioccolatino storico: il Cremino! Questo viene inventato da Ferdinando Baratti, proprietario del Caffè Baratti&Milano: lo trovate ancora oggi (il caffè, non lui) in Piazza Castello, in tutto il suo splendore belle epoque.

Il Cremino

Il cremino (Foto Rollopack, licenza Creatove Commons)

 

Il cremino è un piccolo miracolo a tre strati (due di gianduia, uno intermedio di pasta di cioccolato, nocciola o caffè). L’unica deviazione da questa regola è anch’essa una storia molto belle epoque e molto piemontese (coinvolge l’altra eccellenza locale di quegli anni, la meccanica). Si tratta infatti della versione “FIAT” prodotta dalla Majani per promuovere la Fiat Tipo 4 (1910): un cubetto che aggiunge un quarto strato alle mandorle. Per anni, la sua distribuzione è stata ristretta alle fiere della omonima casa automobilistica. Bei tempi: le moderne tecniche di marketing saranno anche più raffinate ma tendono a non sciogliersi in bocca.

L’ingegno torinese si è manifestato non solo nell’aspetto strettamente dolciario, ma anche nel packaging: il gelato non è certo originario di queste zone, ma la prima versione con lo stecco (il gelato ”Pinguino”) venne inventata qui, dalla Gelateria Artigianale Domenico Pepino nel 1939. Oggi potete visitare la Gelateria Pepino in Piazza Carignano. Anche il gianduiotto di cui abbiamo già parlato fu il primo esempio noto di cioccolatino incartato singolarmente. 

Piazza Carignano a Torino

Usciamo dal capoluogo, andiamo verso Cuneo: qui regnano i Cuneesi al Rum. Sono in sostanza due cialde di meringa ricoperte di cioccolato, contenente crema pasticcera al cioccolato fondente e rum). Vengono inventati a Dronero, pare in seguito a un esperimento malriuscito (delle meringhe si erano involontariamente imbevute di rum).

Oggi potete trovare a Cuneo il centralissimo Bar Arione, gestito dai nipoti dell’inventore originale. Qui nel 1954 si fermò anche Ernest Hemingway, fermatosi appositamente a comprare i Cuneesi al rum per regalarli alla moglie in villeggiatura a Nizza.

Leggendo le storie di molti di questi dolcetti (anche altri che pur avendo mangiato negli anni non ho avuto lo spazio di includere: boeri, baci, alpini..) mi sono reso conto che tutte queste invenzioni dolciarie sembrano essere frutto di contingenze o restrizioni pratiche, talvolta errori. Anche se la natura è stata generosa col Piemonte, distribuendo manciate di ingredienti pregiati, pare che l’ingegno dei dolciari locali abbia sempre avuto bisogno della difficoltà per emergere. Non è questo è il messaggio più bello che abbiamo mai trovato in un cioccolatino?

Dai, è molto meglio di alcune frasi che ho letto nell’incarto dei Baci.

 

Luca Pacchiarini - Vendite

Scritto da
Luca

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